Informazioni in Pillole

Se la schiena fa male non metterla a riposo.

Ora lo dice anche uno studio inglese, sviluppato da ricercatori dell’università di Londra e pubblicato sulla rivista Pain. Il mal di schiena, che colpisce circa l’8’% degli Italiani, si combatte col movimento, altro che riposo. L’ulteriore conferma si aggiunge alle evidenze degli studi scientifici degli ultimi 15 anni, tanto che nelle “Linee Guida Italiane di fisiatri e medici di base”, per la gestione e il trattamento del mal di schiena, in fase acuta e cronica, una delle indicazioni fondamentali è di ridurre al minimo il riposo e mettersi il prima possibile in movimento.

125402476

NO al riposo, SI al movimento

Ripetiamo da anni che il riposo assoluto è controproducente, si guarisce prima e meglio riprendendo la propria vita quotidiana. Di certo, in alcuni momenti può servire per calmare il dolore, ma esattamente come gli antinfiammatori, che tolgono il dolore ma hanno degli effetti collaterali perché fanno venire mal di stomaco, mettersi a letto a volte dà solo un beneficio a breve termine perché calma i fastidi. Il movimento, invece, stimola la circolazione sanguigna che porta ossigeno e favorisce lo smaltimento delle sostanze “alogene” che provano dolore”.
Contrariamente a quanto si possa pensare, la posizione seduta non è così naturale come sembra a noi, o per lo meno non è naturale per l’uomo restare seduto tante ore al giorno: in questa posizione la colonna viene affaticata perché non viene rispettata la sua naturale curvatura.
Per questo, chi sta seduto tanto tempo, dovrebbe muoversi il più possibile. Inoltre bisogna cercare di privilegiare le posture corrette e di cambiare spesso posizione.

allenamento-donna-palestra

Infine l’attività fisica dovrebbe essere svolta con regolarità sotto una buona guida esperta. La persona che ha sempre mal di schiena, che collega questo male al movimento, o che ha ricevuto l’erroneo messaggio di “non fare” per non scatenare il dolore, finisce per fermarsi, perdendo progressivamente le proprie capacità funzionali. Ovviamente meno fa e peggio si sente anche emotivamente. Il riposo assoluto, soprattutto se per lunghi periodi, è allora assolutamente sconsigliato perché, riducendo le richieste funzionali alla propria colonna, si finisce per ridurne anche la capacità di fare.

Cosa fare?

Iniziando un percorso fisico analitico intervenendo con un “ricondizionamento”, ossia rieducazione della colonna vertebrale attraverso esercizi mirati e recupero della sua piena capacità funzionale. All’inizio è possibile che il soggetto provi dolore, ed è essenziale che il rieducatore si accerti che il dolore sia legato alla “rimessa in moto” della schiena e non rappresenti invece l’effetto di una nuova lesione. Il ricondizionamento lavora su tutte le componenti organiche della colonna vertebrale, rinforzando i muscoli e recuperando l’articolarità e quindi l’ampiezza e potenza del movimento. Naturalmente al termine del programma rieducativo è essenziale che il paziente continui a svolgere attività fisica che rappresenta la prima forma di prevenzione al mal di schiena.

personal

La scoliosi                                                                                                                                      

La scoliosi si presenta come una deviazione laterale della colonna vertebrale associata alla rotazione dei corpi vertebrali. Questa rotazione viene accompagnata da una sofferenza dei dischi intervertebrali ed a retrazioni (accorciamenti) muscolo legamentose. Il protocollo di ginnastica specifica viene attivato su segnalazione del pediatra o di medici specialisti e prevede una sinergia professionale (medico – chinesiologo) per il trattamento posturale da applicare.

gibbo

Il bambino/ragazzo viene visto dallo specialista il quale, dopo opportuna valutazione clinica, ne richiederà se necessario gli accertamenti radiografici. In caso di scoliosi inferiori ai 15° Cobb o di un atteggiamento scoliotico è sufficiente un programma di rieducazione posturale. Le scoliosi di oltre i 20° – 25° Cobb, dopo essere state valutate dallo specialista possono essere trattate in modo specifico attraverso un trattamento conservativo in corsetto e un trattamento di rieducazione posturale. L’obiettivo del trattamento in corsetto è quello di irrigidire il tessuto molle della colonna, mentre il trattamento posturale prevede un lavoro di core – stability di stabilizzazione attiva e recupero propriocettivo della componente integrativa tra sistema nervoso e muscolare. La muscolatura è il miglior  sostegno del rachide e il garante di una buona stabilità della curva. Per scoliosi oltre i 45° è necessaria la valutazione ortopedica per un eventuale trattamento chirurgico.

LE PERSONE ANZIANE CHE SOFFRONO DI MAL DI SCHIENA FANNO TROPPO AFFIDAMENTO SUI FARMACI?
MacFarlane, College of Rheumatology Annual Meeting, Chicago, 2011

Uno studio basato sulla popolazione ha rilevato che le persone anziane con lombalgia si affidano troppo ai farmaci ed evitano l’attività fisica, che potrebbe modificare il dolore e migliorare la loro funzionalità.
MacFarlane ha studiato la prevalenza di lombalgia in persone adulte nel periodo di un mese: il picco era tra i 41 e i 50 anni di età, ma era ancora frequente negli anziani. E la prevalenza di mal di schiena disabilitante aumentava in modo notevole con l’età.

farmaci pillole big-2

MacFarlane ha anche chiesto ai diversi gruppi di età come gestivano il mal di schiena. I pazienti più anziani (> 70 anni) presentavano maggiori probabilità rispetto agli altri soggetti di riportare che il solo trattamento prescritto loro dai medici generici erano farmaci analgesici o farmaci analgesici associati ad altri farmaci. Avevano probabilità decisamente inferiori di ricevere una prescrizione di fisioterapia o di esercizi. E hanno anche riportato di non essere entusiasti sugli esercizi come modo di trattamento. Questo indica che i medici dovrebbero sforzarsi di più di convincere i propri pazienti che l’attività fisica e l’esercizio possono portare a miglioramenti sostanziali in termini di funzione e qualità della vita.

Osteoporosi

Il problema osteoporosi  è oggi, e lo sarà ancora maggiormente in futuro, un fatto di rilevanza mondiale: l’aumento significativo della vita media della popolazione porta ad evidenziare patologie che, in un tempo anche recente, non risaltavano in tutta la loro attuale drammaticità. E’ noto che sono colpiti nella maggior parte dei casi soggetti di sesso femminile in fase post menopausale: il depauperamento della massa ossea progredisce talvolta in modo irreversibile portando a quadri di grave menomazione, che rendono necessarie assistenza e cure per molti anni. Negli Stati Uniti d’America si stima che per le sole fratture del collo del femore si stanzino dieci miliardi di dollari di spesa annuale e che questa patologia porti al decesso del 20% dei soggetti colpiti.

osteoporosis_lastra

La prevenzione è perciò la principale via percorribile per affrontare e contenerne le conseguenze. E’ stato affermato che l’osteoporosi è una malattia che si evidenzia generalmente nella terza età, ma che affonda le sue radici nell’età dello sviluppo: una mancata “saturazione” del tessuto osseo nei primi venti anni di vita condizionerà l’evoluzione della patologia negli anni della vecchiaia. Sin da quando, nel 1941, Albright definì “osteoporosi” una condizione nella quale la massa ossea risultava deficitaria, caratterizzata da un’aumentata “radio trasparenza” della colonna e, da un punto di vista clinico, da un incremento del numero delle fratture, ci fu l’esigenza di quantificare questa “debolezza” scheletrica, questa mancanza di resistenza meccanica. Oggi finalmente è possibile: disponiamo infatti di macchine affidabili ed il costo dell’esame è relativamente poco elevato. Sul versante terapeutico, invece, la situazione è meno rosea. Finora non si è in grado di far recuperare la massa ossea perduta, e ci sono dubbi sul fatto che in un futuro relativamente prossimo si possa cambiare questa situazione. La terapia farmacologica, in continua evoluzione, è insostituibile nel trattamento delle forme conclamate, mentre l’attività fisica è preponderante nella prevenzione. Prevenzione che deve iniziare nell’età dello sviluppo e giovanile, per intensificarsi nell’approssimarsi dell’età a rischio. Inoltre, l’esercizio fisico offre due vantaggi che nessun’altra terapia di mantenimento della massa ossea permette: un’efficacia nel conservare la salute fisica che va ben al di là del solo problema osteoporosi, e soprattutto un’ineguagliabile effetto sulla prevenzione dell’evento ultimo per cui si vuol intervenire: la frattura.

Scoliosi e mal di schiena: il nuoto non è terapeutico

Lo si è creduto per oltre 20 anni. Il nuoto come panacea per mal di schiena e scoliosi. Il nuoto come lo sport migliore da consigliare a chi aveva atteggiamenti scoliotici sospetti o curve accentuate. Oggi questo mito è stato sfatato. Il nuoto non cura la scoliosi, anzi in molti casi se praticato a livello agonistico può rivelarsi negativo. E rischia di indurre mal di schiena. Lo conferma uno studio sviluppato da Isico (Istituto Scientifico Italiano Colonna Vertebrale) che sarà presentato al congresso internazionale ISSLS, in programma dal 13 al 17 maggio a Chicago.

IMG_7517

Lo studio “Swimming is not a scoliosis treatment: a controlled cross-sectional survey” ha messo a confronto un gruppo di 112 nuotatori a livello agonistico (nuoto praticato 4-5 volte a settimana) con una popolazione scolastica, maschile e femminile, di 217 studenti di pari età, che pratica sport in maniera amatoriale o non lo pratica affatto. In entrambi i casi sono stati misurati i gibbi, la cifosi e la lordosi ed è stato fornito ai ragazzi un questionario per rilevare la presenza di mal di schiena. I nuotatori, soprattutto femmine, presentavano delle asimmetrie del tronco più accentuate ed erano maggiormente ipercifotici, di conseguenza con una frequenza maggiore di dorsi curvi e mal di schiena. “Dal punto di vista posturale il nuoto induce a un collasso della schiena – spiega il dott. Fabio Zaina, fisiatra di Isico – allena soprattutto la muscolatura degli arti, essendo praticato in scarico. Il dato, poi, sul mal di schiena conferma un fatto già noto: il nuoto, proprio per i carichi intensi in allenamento, se praticato a livello agonistico induce il mal di schiena. Per quello invece che riguarda la scoliosi, dai nostri dati possiamo senza dubbio escludere che il nuoto possa essere consigliato come terapia per la scoliosi e, se praticato in eccesso, dal punto di vista posturale può rivelarsi negativo e provocare mal di schiena”. Ovviamente poi tutto dipende dalla tipologia del proprio fisico e dalla quantità di nuoto praticata: “Un conto è parlare di allenamenti di 4-5 volte la settimana, altro è invece dire di una pratica amatoriale. Altro ancora di pazienti con mal di schiena o addirittura una scoliosi ai quali per tanti anni è stato consigliato di “andare a nuotare per stare meglio”. Non è vero – commenta il dott. Zaina”.